Eddie the Eagle: il pollo che si credeva un’aquila

Eddie the EagleParafrasando il titolo del celebre libretto motivazionale un po’ cheap di De Mello, oggi ho scelto di accuparmi di un film che mi ha entusiasmato da molti punti di vista. Sto parlando di Eddie the Eagle, un film che non solo diverte, ma ha una grande carica di energia positiva ed è scritto in modo esemplare.

Partiamo dal genere:

si tratta di un biopic, ma la storia è talmente cinematografica che mi sono attaccata a Wikipedia a metà dei titoli di coda. Scopro così che il personaggio principale, l’olimpionico Eddie Edwards (un vero eroe nazionale in Inghilterra!) ha davvero affrontato per filo e per segno tutte le difficoltà inserite in copione. Nei corsi di sceneggiatura ti mettono sempre in guardia sulle storie vere perchè spesso la vita delle persone, anche di quelle eccezionali, non si presta a catturare l’attenzione e l’empatia di un pubblico vasto. Non importa quanto eroica o rilevante sia un’impresa, o l’eccezionalità di una scoperta, il dato storiografico è noto e il percorso che vi ha condotto, per quanto accidentato, difficilmente riesce a intrattenere per due ore. Bisogna quindi trovare un punto di vista, un tema, qualcosa di più generale che possa essere veicolato attraverso il plot. Ad es. in The Iron Lady, il film sul primo ministro inglese Margaret Thatcher, il suo personaggio politico “di ferro” è stato intrecciato ad un plot totalmente diverso, centrato sulla fragilità della vecchiaia e della malattia di quella stessa donna.
Eddi Edwards porta con se un tema forte e attuale, cioè come la forza del sogno e la tenacia nell’impegno a realizzarlo portino a grandi risultati. All’inizio del film la partecipazione alle Olimpiadi sembra un’impresa disperata, e invece si realizza e la mancanza di quella patinatura molto mainstram USA rende la vittoria ancora più pura e commovente. Perchè se avesse vinto la medaglia d’oro sarebbe stato un eroe così eccezionale ed unico da allontanarlo da noi, incrinando l’empatia costruita fino a quel momento; invece, riesce in modo umano, verosimile, grandioso nella sua soggettività.

Parliamo di scrittura:

lo sceneggiatore Simon Kelton

lo sceneggiatore Simon Kelton

la storia, lo abbiamo detto, è incredibilmente cinematografica di per sè, quindi è stata una scelta particolarmente felice che sicuramente ha aiutato la scrittura. Ciò non dimeno lo script rivela una ottima tecnica sia nella sintesi visiva di cui vive tutta la presentazione del personaggio, sia nei dialoghi. Un’altra nota di merito secondo me è rappresentata dal sub-plot dell’allenatore Bronson Peary (Hugh Jackman). Un eroe come Eddie/Hercules aveva bisogno di un allenatore Bronson/Filottete (cito un’animazione Disney perchè sono costruite spesso in modo molto pulito rispetto alle figure archetipiche e ogni aggiunta, come la venatura umoristica, è pianificata e introdotta senza alcun vincolo dovuta alla realtà extra diegetica). In entrambi i casi il maestro è un Mentore ma anche un Guardiano di soglia, infatti l’Eroe si deve guadagnare il suo aiuto. Il personaggio di Jackman è fantastico non solo per il grande attore che lo interpreta ma anche per come è COSTRUITO: si tratta, infatti, di un personaggio totalmente inventato il cui sub-plot aggiunge molto spessore al film. Jacman/Bronson ha un peronaggio speculare a quello dell’eroe: Eddie è poco portato per lo sport tanto quanto Bronson è (stato) un fuoriclasse, Eddie è ostinato a realizare il proprio sogno tanto quanto Bronson ha rinunciato ad ogni rivincita. I loro archi narrativi si completano, sono funzionali uno all’altro e ad uno sviluppo tematico che rivela una grande capacità di narrare. Il film sarebbe stato in piedi comunque ma così è più bello.

Parliamo di trame…produttive:

Anche il backstage di questo film mette il buon umore, nel senso che gli autori non hanno alle spalle titoli particolarmente rilevanti. A ben guardare, però, la fortuna centra fino ad un certo punto, ed è comunuqe supportata da una preparazione più che solida. L’autore principale nonchè ideatore del soggetto è Simon Kelton (insieme a Sean Macaulay), un nome pressochè sconosciuto ma che prima di questo exploit si è fatto le spalle con studi ad Oxford prima e alla UCLA dopo, nonchè è stato vincitore della prima borsa borsa di studio BAFTA, finalista per quella Disney e semi-finalista per la Nicholl (tutte borse di studio molto prestigiose dove si lotta tra il meglio degli autori emergenti di tutto il mondo). Ha vinto anche un paio di premi inglesi e scritto alcune cosette per la televisione finchè finalmente ha avuto la sua occasione e l’ha sfruttata al meglio.

il regista Dexter Fletcher

Dexter Fletcher

La regia è di Dexter Fletcher, noto principalmente come attore per i suoi ruoli in Lock & stock pazzi scatenati (1998) e Kick Ass (2010), quest’ultimo diretto da Matthew Vaughn (X-Men – L’inizio (2011), Kick-Ass (2010), Stardust (2007), The Pusher (2004), Snatch – Lo strappo (2000) ) il quale, guarda un po’ il caso, è tra i produttori appunto di Eddie the Egle. Dexter e Matthew si erano già incontrati anche nella produzione di Kingsman secret service (2014), di cui Matthew girerà da regista il secondo capitolo previsto per il 2017. Quando si dice il networking…

Deve avere funzionato anche per l’attore emergente Taron Egerton, per altro bravissimo, già parte del cast di Kingsman secret service. Oltre al talento dimostrato in questo film si merita una stella di merito per aver rifiutato la parte di Scott Summers/Cyclope in X-Men: Apocalisse (2016), un film tra i peggiori del genere.

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The DressMaker & the ScriptMaker

 

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la locandina del film

Scrivo a caldo le mie impressioni su un’altra sceneggiatura scritta davvero bene. Si parla di The Dressmaker (qui il trailer in italiano e quelloin  trailer in inglese, che trovo migliore*), film scritto e diretto da Jocelyn Moorhouse, tratto dall’omonimo romanzo di Rosalie Ham, presentato al Toronto Film Festival 2015 e diventato l’11° film austrialiano più visto di tutti i tempi.

 

Poiché il mio giudizio vale tanto quanto quello di ciascun leggente, e non avendo ancora avuto modo di fare comparazioni col testo originale, posso prendermi la libertà di sorvolare sulla gara di attribuzione di merito tra la sceneggiatrice e la romanziera.
Il punto è che “the script rocks!” (la sceneggiatura spacca). Ecco perché:

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  • Bellissima la presentazione del personaggio con la sua prima battuta. L’ultima poteva essere più forte, personalmente avrei fatto dire a lei, e non al capotreno, [quello che sta bruciando] “è spazzatura”.
  • Intreccio magistrale con la figlia che assiste la madre all’inizio mentre alla fine è la madre a prendersi cura della figlia (addirittura con l’identica minestra).
  • Molto interessante il twist della morte del boyfriend, del resto non è una storia d’amore in senso romantico. A propostito del tema la sceneggiatrice ha definito il suo film “un Gli spietati di Clint Eastwood con la macchina da cucire”, anche se io ho trovato più punti di contatto con Dogville di Lars Von Trier, con la protagonista che sembra soccombere alla cattiveria di una comunità trasformatasi in branco e la conseguente e spietata vendetta. Per fortunase in The Dressmaker il tono è decisamente più leggero.
  • Il caso del presunto omicidio dalla comunità attribuito alla protagonista si risolve con l’aiuto dello scemo-del-villaggio; forse non è molto originale come innesco ma qui funziona  particolarmente bene non solo perchè alla fine l’unico a dire da subito la verità è il classico ousider solo e bisfrattato, ma il meccanismo viene mascherato inducendo il pubblico a pensare che il suo “lei si è mossa” sia riferito alla partenza della bambina o al suo ritorno in città e non alla meccanica dell’omicidio/suicidio.
  • La scoperta che l’uomo che l’ha condannata all’esilio all’età di dieci anni è anche suo padre drammatizza il terzo atto, perché solo dopo la tarda quanto ipocrita proposta di pace del paese Tilly trova la forza di rompere definitivamente col passato dando all’odiosa comunità ciò che merita.

Tutto il meccanismo drammatico funziona come un orologio senza lasciare strascichi e anche la parte più audace (o meno verosimile), quegli abiti di alta moda sfoggiati tra le catapecchie in mezzo al deserto, conferisce un’originale spettacolarità visiva senza intaccare il sapiente dosaggio emotivo, con delle caratterizzazioni tanto personali e calate nei singoli personaggi quanto universali e capaci di far riconoscere il pubblico nelle loro dinamiche. Con grande leggerezza il film sviscera i sentimenti più profondi di una madre e una figlia e di come entrambe siano diventate il capro espiatorio dell’intero paese. Un argomento tutt’altro che ilare. Il film ha preso vari premi agli AACTA Awards, i David di Donatello australiani, tra i quali anche il premio per i favolosi costumi, mentre la sceneggiatura non mi risulta aver avuto alcun riconoscimento particolare, ma visto dalla nostra prospettiva, quella di un paese che ha insegnato al mondo a fare cinema per poi dimenticarsene, non riesco a trattenere un  “avercene di sceneggiature del genere in Italia!”.

*a proposito del nostro trailer : perché in Italia sentiamo sempre il bisogno di ingannare lo spettatore? Solo nel trailer italiano hanno usato dal minuto 00:46 “I will survive”, la musica che tutti associamo al cult queer Priscilla la regina del deserto, proprio quando appare il divertente personaggio del poliziotto-aspirante-queen, il cui vizietto ha però un ruolo totalmente marginale nel tema e nel plot del film. Una strizzata d’occhio che sembra urlare “Amici omosessuali, anche se vi mostriamo un bacio etero questa storia piena di lustrini piace sicuramente anche a voi. Accorrete numerosi!”. Davvero inutile e fuoriluogo. Il trailer internazionale ha giustamente preferito puntare sugli aspetti centrali e forti del film, ma forse non ci ritengono abbastanza intelligenti da capirli e apprezzarli…

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Gondry, lo skipper delle emozioni

Microbo e Gasolina - Gondry

MICROBO E GASOLINA è uno di quei film facili da perdere, con poche sale, meno comunicazione e un passaparola abbastanza di nicchia (un grazie a Nicola Falcinella per la segnalazione). Ma il nome di Gondry  lo associo a sperimentazioni interessanti e anche a qualche memorabile sorpresa, quindi ho sorvolato su un titolo non troppo invitante e mi sono chiusa in sala…

Pochi autori sanno navigare tra le emozioni e i sentimenti con la profondità e, insieme, la leggerezza di Gondry. Amo molto il modo in cui dosa elementi fantastici e reali. Per altro il realismo in questo caso, vista l’età dei due protagonisti (14 anni) è un po’ magico di per sé. La storia entra in punta di piedi in quel limbo tra fanciullezza ed età adulta facendoci sperare (illudere?) che in fondo una certa purezza e ingenuità siano dentro ognuno di noi ed è la Vita, quella dei grandi, che ad un certo punto necessariamente irrompe con tutta la sua crudeltà a portarcele via.

In un mondo dove i ragazzini sono sempre di più iper-connessi ed iper-sessualizzati questo film ci regala un viaggio iniziatico ironico, doloroso e potente, tanto da farci sospendere non solo la credulità in generale ma anche le ansie genitoriali: due ragazzini spariscono senza lasciare traccia? Dov’è la polizia? Perché i genitori non chiamano immediatamente la guardia nazionale?

Certo, forse nel mondo reale anche le due famiglie squinternate del film sarebbero state un po’ più solerti nella ricerca (ma ricordiamoci anche che nel nord Europa l’indipendenza dei figli è auspicata e sostenuta), ma il film ha bisogno di tornare alle origini, a quel momento in cui il mondo da semplice diventa sempre più complicato man mano si diventa grandi.

I due giovani protagonisti sono due outsider uguali nella sorte di emarginati ma non nel carattere: introverso e creativo uno, esuberante e smanettone l’altro. Se c’è qualcosa che i maestri del cinema ci continuano a ricordare è come gli opposti funzionino, almeno al cinema.

Microbo-e-Gasolina

Il loro viaggio dell’eroe è pulito, lineare, di una semplicità disarmante, che si ancora ai dialoghi, agli sguardi e alle situazioni per tenerci incollati alla storia. Ancora una volta non è tanto il cosa ma il come a fare la differenza: un plot del genere sviluppato in versione Disneyland o comunque US mainstream sarebbe stato infarcito di luoghi comuni e rumori corporali (e probabilmente avrebbe incassato di più). Ma la fragilità di Microbo e Gasolina ci ricorda la nostra  e, contemporaneamente, ci fa sentire responsabili per la mancanza di attenzione e sensibilità che troppo spesso gli adulti riservano ai giovani.

Tante volte si pensa che per fare un buon film serva soprattutto un buon concept, ed in effetti può essere un buon punto di partenza (avercene?!). Tuttavia sempre più spesso mi sembra che quello che affonda molti film, soprattutto in Italia, sia la mancanza di uno sviluppo efficace e originale. Trovare dei modi inusuali di attivare l’empatia del pubblico “sporcandosi le mani”, scavando nella psicologia dei personaggi senza fermarsi alle soluzioni più facili o divertenti è un lavoro faticoso ma necessario, una tappa obbligata verso un cinema di qualità. Gondry docet.

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Perfetti sconosciuti: i dubbi di una inossidabile outsider

 

Il film di Paolo Genovese su Imdb ha centrato il doppio bersaglio facendo breccia sia tra il pubblico che tra i critici. Da quanto ci racconta Federico Rampini (su D di Repubblica del 30.04) anche oltre oceano, al Tribeca Film Festival di New York  è stato molto bene accolto, tanto da essere in odore di remeke. Senza parlare dei due David di Donatello 2016 appena ricevuti in Italia… eppure, ciò nonostante, uno dei David proprio non riesco a mandarlo giù.

pefetti-sconosciuti

A titolo di cronaca ammetto che il film è piaciuto anche a me, il tema è molto attuale, i dialoghi sono brillanti e gli attori tengono le parti (la solita borghesuccia romana da cui il nostro cinema non riesce a emanciparsi… non sono sicura che sia un alto esempio di recitazione, ma amen). E’sulla sceneggiatura che non riesco proprio a fare a meno di avere delle perplessità. Ci ho pensato lungamente e credo che il film avrebbe potuto avere più slancio con una struttura diversa. Ovviamente i risultati commerciali sembrano darmi torto, ma sappiamo tutti che successo e qualità di un’opera non sono attributi necessriamente in proporzione diretta tra loro.

Il cuore di ogni storia, indipendentemente ma come si sceglie di gestire il plot, è il conflitto. Il conflitto non è qualcosa di statico, che c’è o non c’è (e nel caso in esame è indubbiamente presente), ma cresce e si modula fino a raggiungere il climax. E’ il tallone d’achille di tante sceneggiature, quell’interminabile secondo atto in cui il conflitto, che è già stato presentato, dovrebbe svilupparsi e cresce tenendoci drammaticamente ancorati al destino del protagonista. Ecco, nella staticità della messa in scena un po’ teatrale che è la cena dei Perfetti sconosciuti, il conflitto si ancora al tavolo e da lì non riesce più ad evolvere. Così il secondo atto è tutto un ripiegarsi su uno stesso format: un segreto, principalmente un tradimento, di cui il cellulare è incolpevole custode. Apprezzabile il sub-plot della figlia, che tenta di portare il discorso su altre temi, anche se in fondo sempre di tradimento si tratta. Quattro storie fotocopia, quasi dei cortometraggi, leggere, godibili, di cui è fin troppo facile sentirsi partecipici perchè il tema è drammaticamente attuale, ma che rimangono necessariamente in superficie perchè manca lo spazio digetico per portare il conflitto ad un altro e più alto livello di analisi. Non credo che sia una limitazione dovuta all’unità di tempo e luogo: penso a un film come Venere in pellicia di Polanski e a come il conflitto tra i due unici protagonisti sia stato gestito in maniera magistrale. Certo scirvere un film di quel tipo è ben più difficile. A pensarci bene, potrebbe essere un (altro) merito di Genovese quello di aver fatto il passo secondo la gamba, sfruttando quello che aveva a disposizione, i suoi punti di forza. I risultati gli hanno dato ragione, ma sarebbe stato bello anche credere un po’ di più nel potenziale creativo nostrano e avere abbastanza fiducia in se stessi da rischiare un pochino di più. Per fortuna poi è arrivato Jeeg

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Come costruire velocemente un personaggio forte?

locandina di Pretty WomanUn paio di mesi fa ho deciso di partecipare ad un concorso americano di sceneggiatura nonostante mancassero solo due settimane alla scadenza. Considerando anche i tempi di traduzione, in meno di due settimane ho dovuto sviluppare le prime 15 pagine di sceneggiatura da una logline assegnata. Un aiuto fortuito per la costruzione dei tre protagonisti mi è venuto da un interessante articolo trovato sul blog di Laurie Hutzler, già docente del programma europeo eQuinox, il cui contenuto vorrei condividere (l’articolo originale è un estratto dal suo libro “How to evaluate stories” ).

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Sceneggiatori emergenti? Il Fight Club vi attende.

il mondo degli sceneggiatori è quasi un fight club

il mondo degli sceneggiatori è quasi un fight club

Gli scrittori hanno fama di essere persone riservate, quando non timide o addirittura misantrope. Gente che preferisce la solitudine della penna alla ribalta dei riflettori. Ovviamente ci sono eccezioni eccellenti, ma sopra ogni cosa ad invertire la tendenza ci ha pensato il mercato, facilitando quegli scrittori che amano dare spettacolo, prestarsi a infiniti tour promozionali e, all’occorrenza, innescare furibonde polemiche contro colleghi e critici (purché se ne parli…). Continua a leggere

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LSF2013: chi è pronto ad uscire dal guscio?

keep-calm-and-pitch-onManca meno di un mese al London Screenwriters Festival (25-27 ottobre), sono in vendita gli ultimi biglietti ma le sessioni di pitch sono in overbooking (*) e le adesioni per i laboratori hanno chiuso il 30 settembre. So What?
Mi ero ripromessa di promuovere questo evento in tempi utili ma purtroppo non ce l’ho fatta. Questo post non è per ingolosirvi inutilmente ma dirvi che non tutto è perduto…

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